Chi si affaccia dal belvedere di Bagnoregio vede un paesaggio che sembra quasi lunare: creste grigie e affilate, pareti nude solcate da rivoli, e al centro una rupe isolata con un borgo in cima. È la Valle dei Calanchi, e Civita ne è il simbolo. Ma quello che appare come uno scenario immobile è in realtà un territorio in movimento continuo, lento ma inesorabile. Capire come si è formato aiuta a guardarlo con occhi diversi, e a comprendere perché Civita sia stata chiamata la città che muore.
Due rocce molto diverse, una sopra l'altra
Il segreto di questo paesaggio sta nella sovrapposizione di due materiali con caratteri opposti. Alla base ci sono le argille: sedimenti fini depositati in un antico mare che, milioni di anni fa, occupava questa parte dell'Italia centrale. Con il ritiro delle acque, quelle argille sono emerse e oggi formano il basamento delle colline. Sono rocce tenere, che con l'acqua si impregnano, si gonfiano e scivolano, e che con la siccità si spaccano.
Sopra le argille si sono accumulati i prodotti dei vulcani dell'area dei Monti Volsini, lo stesso distretto vulcanico che ha dato origine al Lago di Bolsena. Ceneri, lapilli e colate piroclastiche si sono consolidati in banchi di tufo e di altre rocce vulcaniche, più rigide e compatte. Il tufo si lavora facilmente e per questo è stato scavato, intagliato e usato come materiale da costruzione fin dall'epoca etrusca: le case, le cantine e le grotte dei borghi della zona nascono proprio da qui. Ma è una roccia che si fessura, e quando perde l'appoggio sottostante tende a staccarsi in blocchi.
Come nascono i calanchi
I calanchi sono la forma che assumono le argille quando la pioggia le scava senza sosta. Sui pendii poco protetti dalla vegetazione, l'acqua scorre in superficie, incide piccoli solchi che con il tempo diventano canaloni, e lascia in rilievo creste sottili e affilate, separate da vallecole ripide. Il risultato è quel disegno a lame e a ventaglio che dà il nome alla valle. È un paesaggio che cambia di anno in anno: ogni stagione di piogge intense porta via materiale, e le forme si modificano sotto gli occhi di chi le osserva con attenzione.
Intorno a Civita l'erosione delle argille alla base si combina con l'instabilità del tufo in alto. Quando il pendio argilloso arretra, la parete di tufo resta senza sostegno, si apre lungo le fratture e frana. È un meccanismo lento, fatto di piccoli crolli e di movimenti graduali, ma talvolta accelerato da eventi improvvisi. Proprio così la rupe di Civita si è progressivamente ristretta nel corso dei secoli, perdendo case, strade e parti del suo antico abitato.
Il terremoto del 1695 e l'isolamento di Civita
Un tempo Civita e Bagnoregio erano collegate da una cresta di terra percorribile, e Civita era il centro più importante, sede del vescovo e delle istituzioni cittadine. Il punto di svolta arrivò l'11 giugno del 1695, quando un forte terremoto colpì l'area di Bagnoregio, causando vittime e gravi danni. Le scosse aggravarono l'instabilità dei versanti e innescarono frane importanti, che resero sempre più precario il collegamento tra i due centri.
Dopo il terremoto molti abitanti, e con loro il vescovo e il governo cittadino, si trasferirono a Bagnoregio, dove il terreno era più sicuro. Civita iniziò un lento spopolamento, mentre l'erosione continuava a mangiare la cresta che la univa al resto del territorio. Nel corso del tempo quel collegamento è stato sostituito da ponti, fino all'attuale passerella pedonale. Lo scrittore Bonaventura Tecchi, nato a Bagnoregio, contribuì a diffondere l'immagine della città che muore, rimasta legata al borgo fino a oggi.
Consolidare una rupe che si muove
Negli ultimi decenni la fragilità di Civita è diventata anche un tema di studio e di intervento. Sulla rupe e sui versanti sono stati realizzati lavori di consolidamento di vario tipo, come ancoraggi nella roccia, reti di protezione, sistemi di drenaggio delle acque e opere di contenimento, accompagnati da sistemi di monitoraggio che seguono nel tempo i movimenti del terreno. Il paesaggio culturale di Civita e della valle è stato inoltre proposto per il riconoscimento UNESCO, anche come esempio di territorio in cui la convivenza tra uomo e instabilità geologica è un tema quotidiano.
Nessun intervento può fermare del tutto l'erosione: l'obiettivo è rallentarla e proteggere il borgo e chi lo visita. Per questo, quando camminate lungo i sentieri della valle o vi affacciate dai belvedere, rispettate sempre recinzioni e divieti, che hanno ragioni precise. Osservare i calanchi in momenti diversi, al mattino con la nebbia o al tramonto con la luce radente, è il modo migliore per accorgersi di quanto questa terra sia viva. Dalla campagna di Bagnoregio, a pochi chilometri da Civita, è uno spettacolo che si può tornare a guardare più volte nella stessa vacanza.
Guardare i calanchi con occhi nuovi, partendo dalla villa
La Quiete si trova nella campagna di Bagnoregio, a circa 3 km da Civita: il punto di partenza ideale per osservare la Valle dei Calanchi con le diverse luci del giorno.